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Visti i vari fenomeni che girano in rete, intendo precisare che questo blog non è una testata giornalistica. Più che altro perchè nessuno mi paga...

martedì, 22 settembre 2009

la nostra "generosità"

distillato da Indiano di Bombay nella sua raffineria clandestina alle ore 10:12 | Ultralink | vuoi favorire? commenti | popup commenti
bottiglie d'annata:
mercoledì, 16 settembre 2009

Sabra e Chatila, 27 anni

La Storia:
Il pretesto della strage di Sabra e Chatila fu il tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano in Gran Bretagna Argov, avvenuto a Londra il 4 giugno 1982 e attribuito a un’organizzazione palestinese dissidente. L'episodio fornì il pretesto per lanciare la cosiddetta operazione “Pace in Galilea”. In origine l’intervento doveva essere un’incursione in territorio libanese di 40 chilometri, ma l’allora ministro della difesa, Ariel Sharon, decise di continuare l’offensiva fino a Beirut. Dopo due mesi di assedio israeliano alla capitale libanese, che costò 18mila morti e 30mila feriti, si aprì la strada ad una soluzione negoziale.
Il 19 agosto 1982, l'allora ministro degli Esteri libanese chiese l’intervento di una forza multinazionale di interposizione. Secondo il piano messo a punto dal mediatore statunitense Philip Habib, le forze dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) sarebbero state evacuate da Beirut entro il 4 settembre, sotto la protezione del contingente neutrale composto da statunitensi, francesi e italiani. Il primo settembre tutti i componenti dell’Olp avevano lasciato il Libano. Il contingente multinazionale lasciò il paese il 10, in anticipo rispetto al calendario stabilito. Nel frattempo il parlamento libanese aveva eletto il nuovo presidente, Beshir Gemayel, cristiano e leader delle falangi, le milizie cristiane, il cui piano neanche troppo nascosto era quello di cacciare via dal territorio libanese tutti i palestinesi. Il 12 settembre Gemayel incontrò Sharon, che due giorni prima aveva dichiarato che in Libano rimanevano ancora 2mila “terroristi” palestinesi, alludendo agli abitanti di Sabra e Chatila. Il 14 settembre un colpo di scena: Gemayel rimane ucciso in un attentato compiuto da un libanese cristiano collegato con un movimento dissidente. In seguito si cercherà di coprire le responsabilità del massacro, facendo passare l’irruzione delle milizie falangiste come un moto di rabbia per l’uccisione di Gemayel. In realtà la strage era già stata preparata durante i colloqui che lo stesso Sharon ammise di aver avuto con Gemayel ed altri esponenti dei falangisti. Il 15 settembre Sharon dette ordine alle truppe israeliane di non entrare nel campo, e contemporaneamente si installò personalmente nel palazzo dell’ambasciata del Kuwait, dalle cui finestre si può osservare chiaramente il campo di Sabra e Shatila. Il 16, alle cinque del pomeriggio, le truppe falangiste iniziarono ad entrare nel campo, che per tutta la durata della strage rimase circondato dall’esercito israeliano. Per 40 ore le truppe falangiste poterono compiere indisturbate la loro missione punitiva nei confronti degli abitanti del campo. Alla fine il bilancio sarà pesantissimo:centinaia le abitazioni distrutte e un conto delle vittime oscillante tra le mille e le tremila.
http://it.peacereporter.net/articolo/8746/Il+ricordo+di+Sabra+e+Chatila

I racconti dal campo:
Sull' unica grande strada, sempre piena di polvere o fango, che attraversa Chatila c¹era il negozio di bicicletta di un tale Abu Walid Harb.
La donna abitava nella baracca accanto. Il marito e il figlio più grande si erano messi in salvo qualche ora prima, quando era giunta voce che stavano arrivando le milizie cristiane. Ma lei era rimasta, con il figlio più piccolo. Gli arabi, in genere, non ammazzano donne e bambini. Sono le mogli che restano a custodire la casa quando gli uomini scappano. Una legge non scritta della guerra impone di rispettarle. Ma quella sera le Forze libanesi volevano vendicare Beshir Gemayel e non avevano più legge.
Quando tre miliziani sfondarono la porta, la donna strinse più forte il bambino, come cercando di nasconderlo tra le vesti. Un uomo l'afferrò per il collo mentre gli altri le strappavano il figlio dal petto. Ridevano. Sbatterono il bambino in un angolo e presero la mira con i fucili. "Non uccidetelo", gridò la donna, "per amor di Dio, no!". Si buttò avanti per ripararlo con il suo corpo, fu ricacciata con il calcio del fucile nel petto. E ridevano. Il bambino cominciò a strisciare, piano piano, tremando, verso la madre. Uno dei tre miliziani l'afferrò per un piede, come si afferra un pollo, e lo ributto nell'angolo. "Uccidete me invece", gridava la donna, "in nome di Dio, pietà". "No, è lui che vogliamo. Tra pochi anni diventerebbe un terrorista". Adesso non ridevano più. Il bambini gridava "Mamma, mamma" quando una raffica gli crivellò il corpo. Nella stessa strada abitava il vecchio Abu Diab con la figlia di diciassette anni, Aida.
Pensava di non aver nulla da temere perché era cristiano. Palestinese, ma cristiano. La sua morte ebbe una testimone, Umm Wisam, una vecchia che viveva nella stanza accanto e che nascosta dietro un mobile in cucina, udì, attraverso una parete sottile, lo schianto della porta sfondata e subito dopo una raffica di mitra. Alcuni proiettili bucarono il muro. Anche qui gli intrusi ridevano. Ci fu un rumore come di lotta, ma come avrebbe mai potuto lottare il settantenne Abu Diab contro un manipolo di miliziani in armi?
Poi un grido, inconfondibile, e allora Umm Wisam capì: stavano violentando Aida, Aida che adesso gemeva debolmente mentre il padre ripeteva con voce bassa e fremente un'unica frase: "Dio vi maledica". Un nuovo urlo, terribile, si spense tra il crepitare di altre raffiche. Un breve, profondo silenzio sullo sfondo del cannone che in lontananza continuava a tuonare, poi i passi dei miliziani che se ne andavano. Umm Wisan osò uscire soltanto il giorno dopo, quando ormai le milizie si erano spostate verso altri quartieri di Sabra e Shatila. Il corpo di Abu Diab era sull'uscio, braccia e gambe legate, un grande squarcio sulla spalla sinistra, vicino al collo.
Lo squarcio di un'accetta. Aida, seminuda, stava sul pavimento, il petto e il collo profondamente graffiati, due fori di pallottola vicino al cuore. La vecchia cercò di ricomporle le vesti e soltanto allora si accorse che dal ventre spuntava il manico di una baionetta. Dal tetto di un caseggiato che domina Chatila gli ufficiali israeliani seguivano l'operazione. Per tutta la notte e per tutto il giorno seguente le Forze libanesi si abbandonarono ad un macello sistematico. Mentre alcune compagnie procedevano al rastrellamento, altre bivaccavano in un edificio abbandonato presso l'ambasciata del Kuwait pronte a dar loro il cambio.
Gli israeliani fornivano i viveri: sul posto venne poi trovato un mucchio di scatolette di carne con le etichette in caratteri ebraici.
Bruno Marolo, giornalista italiano, è stato testimone degli eventi più drammatici prima come inviato della "Gazzetta del Popolo" di Torino e poi come corrispondente dell¹Ansa. Inviato in Libano nel 1973 ha assistito nell¹ottobre seguente alla guerra arabo-israeliana sul fronte del Golan. Nel 1980 ha assunto la direzione, a Beirut, dell¹ufficio di corrispondenza dell¹Ansa per il Libano e il Medio oriente. Nel 1985 gli è stato assegnato il premio Ischia per i servizi sulle stragi di Sabra e Chatila
http://www.tmcrew.org/int/palestina/libano/infernosabrachatila.htm

I responsabili:
I soldati israeliani, le cui basi si trovavano a meno di 500 metri dai campi, rimasero a guardare e anzi fornirono supporto logistico ai falangisti e cercarono di aiutarli nel tentativo, tanto grottesco quanto inutile, di coprire l’enormità del massacro. Allora il mondo si indignò, anche a Tel Aviv ci furono oceaniche manifestazioni di protesta (non altrettanto oggi, purtroppo…), il governo fu persino costretto a nominare una commissione di inchiesta. “Una responsabilità - scriveva la commissione Kahane - deve essere attribuita al ministro della Difesa (Ariel Sharon, ndr) per aver trascurato il pericolo di atti di vendetta e di massacri da parte dei falangisti contro la popolazione dei campi profughi e per aver omesso di considerare questo pericolo quando decise di far entrare i falangisti nei campi.
Inoltre una responsabilità deve essere attribuita al ministro della Difesa per non aver predisposto misure appropriate per prevenire o per ridurre il pericolo di massacri come condizione per l'entrata dei falangisti nei campi. Questi errori costituiscono la mancata realizzazione della missione di cui era incaricato il ministro della Difesa”. Come già nel 1956, “Arik (nome di battaglia di Sharon, ndr) il Sanguinario” fu mandato a casa per un po’, con una bella tirata d’orecchi. Niente di più. Mai nessun processo è stato celebrato contro i responsabili materiali e i mandanti di quell’eccidio. Eli Hobeika, che allora guidò le operazioni della Falange, ha fatto un po’ di carriera politica (ironia della sorte: è stato persino ministro per i profughi nel governo libanese!), poi è diventato uno degli uomini d’affari più potenti a Beirut e infine, nel gennaio scorso, è stato dilaniato da un’auto-bomba… Già, aveva appena dichiarato di essere disponibile a testimoniare contro Sharon nel processo intentatogli da una corte belga sulla base di una legge che attribuisce competenza universale alla giustizia di quel paese per i crimini di guerra, contro l'umanità e il genocidio... Qualcuno ha dei dubbi sui mandanti dell’attentato? Amos Yuron, comandante israeliano fuori da Sabra e Chatila, che ignorò i rapporti dei suoi subordinati sul massacro in corso nei campi, è oggi direttore generale del Ministero della difesa. Sharon ha raggiunto il vertice del potere
(sintesi documentario BBC, a firma di Fergal Keane dal titolo "Sharon, the accused")
http://www.cinemah.com/neardark/index.php3?idtit=854

SIDONE

Il mio bambino il mio
il mio
labbra grasse al sole
di miele di miele
tumore dolce benigno
di tua madre
spremuto nell'afa umida
dell'estate dell'estate
e ora grumo di sangue orecchie
e denti di latte
e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
con la schiuma alla bocca
cacciatori di agnelli
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico
non gli ha spento la voglia
e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l'eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=22&lang=it

"È il caso di Sidone, Sidùn in genovese. Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. Un grumo di sangue, orecchie e denti di latte, ancora poco prima labbra grasse al sole, tumore dolce e benigno di sua madre, forse sua unica e insostenibile ricchezza.
La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea." F. De Andrè

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bottiglie d'annata:
martedì, 15 settembre 2009

Riottosa a ogni tipo di amore
sei entrato tu a invadere il mio silenzio
e non so dove tu abbia visto le mie carni
per desiderarle tanto.
E non so perché tu abbia avuto il mio corpo
per poi andartene
con il grido dell'ultima morte.
Se mi avessi strappato il cuore
o tolto l'unico arto che mi fa male
o scollato le mie giunture
non avrei sofferto tanto
come quando tu un giorno insperato
mi hai tolto la pelle dell'anima

 

Alda Merini

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bottiglie d'annata:
martedì, 08 settembre 2009

petizioni

http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/libia-firmate-la-petizione-on-line.html

Pertanto con questa petizione chiediamo a

PARLAMENTO ITALIANO e PARLAMENTO EUROPEO

COMMISSIONE EUROPEA

UNHCR


1. di promuovere:

Una commissione di inchiesta internazionale e indipendente sulle modalità di controllo dei flussi migratori in Libia in seguito agli accordi bilaterali con il Governo Italiano.

Inchiesta che sia anche finalizzata a chiarire le responsabilità italiane dirette o indirette, al fine di bloccare eventuali rinnovi degli accordi bilaterali, riconducendo la collaborazione con la Libia ad un quadro europeo ed internazionale.

2. di avviare rapidamente, vista l’emergenza della situazione,

Una missione internazionale umanitaria in Libia per verificare la condizione delle persone detenute nelle carceri e nei centri di detenzione per stranieri.

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