Alla fine del 1947, i sionisti, che possedevano il 5% della terra palestinese, iniziano una campagna di pulizia etnica, per arrivare alla dearabizzazione totale della Palestina. I palestinesi si oppongono a qualunque piano di spartizione della Palestina, in nome del principio di autodeterminazione dei popoli (come promesso loro dalla Gran Bretagna durante la prima guerra mondiale in cambio dell'appoggio contro l'impero ottomano) e della convivenza secolare con gli ebrei: un unico stato per due popoli.
Tutti i principali promotori della pulizia etnica saranno poi importanti figure del futuro Stato Israeliano (Ben Gurion, Menachem Begin, Rabin, Sharon...).
La pulizia etnica causò 700mila profughi, e migliaia di morti. I soldati israeliani avevano l'ordine di far esplodere le case dei palestinesi con gli abitanti ancora all'interno, pratica che continua ancora oggi. Per evitare che i palestinesi tornassero alle proprie case, i soldati piazzavano mine tra le macerie. (cfr, La pulizia etnica della Palestina, Ilan Pappè).
Israele, in tutte le fasi del cosiddetto "processo di pace", si è sempre rifiutato di riconoscere le proprie responsabilità nella tragedia palestinese, la Nakba.
Con la risoluzione 194 dell'11 dicembre 1948, l'ONU riconoscere il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Risoluzione sistematicamente violata da Israele da 61 anni.
I palestinesi, dopo la Nakba, si ritrovano senza uno Stato, divisi tra i pochi che sono riusciti a rimanere all'interno di quello che è divenuto lo Stato israeliano (e che vengono discriminati da leggi razziste come quella che vieta di vendere la terra a non ebrei), e quelli deportati o fuggiti, a causa della pulizia etnica, in Cisgiordania (sotto amministrazione giordana) o nella striscia di Gaza (sotto amministrazione egiziana).
Con la guerra dei 6 giorni del 1967, la Cisgiordania e la striscia di Gaza, oltre a Gerusalemme est, alle alture del Golan siriane e alla penisola del Sinai egiziana diventano territori occupati da Israele. In seguito, nell'ambito delle trattative per la normalizzazione delle relazioni tra Israele e gli stati arabi, Israele restituirà il Sinai all'Egitto.
Al contrario, la Cisgiordania, la striscia di Gaza e Gerusalemme Est restano Territori Occupati, sotto amministrazione Israeliana, sottoposti alla legge militare.
Con la risoluzione 242 del 22 novembe 1967, l'ONU chiede a Israele di ritirarsi dai territori occupati. Risoluzione sistematicamente violata da Israele da 42 anni.
Con gli accordi di Oslo dell'agosto 1993, l'ANP di Arafat, che Israele riconosche come legittimo rappresentante della popolazione palestinese, riconosce lo stato di Israele, in cambio di un processo che, in alcuni anni, avrebbe dovuto portare alla nascita di uno stato Palestinese indipendente entro i confini precedenti alla guerra dei 6 giorni del 1967: Cisgiordania, striscia di Gaza e Gerusalemme Est capitale. Il 22% della Palestina storica. Quello che di fatto accade è che dal 1993 al 2000, Israele appalta la gestione della sicurezza nei territori occupati all'ANP di Arafat, che spera in cambio di ottenere il riconoscimento dello stato palestinese. Nonostante i risultati ottenuti dall'ANP, Israele al momento delle concessioni a Camp David rifiuta qualsiasi riconoscimento della Nakba, rifiuta di smantellare le colonie illegali costruite nei territori occupati che creano veri e propri bantustan palestinesi circondati da soldati israeliani e dal muro di segregazione e, da utlimo, rifiuta di concedere all'ANP Gerusalemme Est come capitale. Una proposta che nessun palestinese avrebbe mai potuto accettare. Il "processo di pace" naufraga.
Nel frattempo Israele continua con la politica dei fatti sul territorio: colonie, occupazione militare, controllo dei confini, embargo omicida contro 1,5 milione di abitanti di Gaza, soprusi sulla popolazione, distruzione delle case degli arabi israeliani, furto delle risorse (acqua, terra e gas nel mare al largo della striscia di Gaza), deportazione dei palestinesi all'interno di bantustan sempre più isolati tra loro, divisi da centinaia di check-point.
Israele è sostenuto nella propria politica di occupazione militare dagli USA, sia attraverso ingenti finanziamenti, che attraverso la vendita di armi e con il peso politico USA all'interno dell'ONU (diverse le risoluzioni contro le quali votano soltanto gli USA, come per la proposta di pace araba).
Nella cartina, il verde è ciò che resta della terra palestinese.